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La vita consacrata nella Chiesa, tra frontiera e comunione PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 06 Febbraio 2012 20:11

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a vita consacrata, volendola descrivere nella sua collocazione ecclesiale, mi piace pensarla a partire da due termini: frontiera e comunione. La frontiera fa pensare alla sua collocazione; la comunione, invece, indica un atteggiamento, un modo di vivere le relazioni. L’indeterminatezza di questo binomio permette di addentrarsi in alcuni aspetti che  caratterizzano la vita consacrata oggi. Vorrei dapprima considerare i due elementi - frontiera e comunione - per poi metterli insieme, cogliendo così qualcosa per la vita della Chiesa e del mondo.

 

1. Anzitutto la frontiera

La vita religiosa, fin dall’inizio, ha amato un tipico luogo di frontiera: il deserto. Là essa è nata. Il deserto è stato uno spazio reale e simbolico, un luogo ai bordi della convivenza e una frontiera dell’anima. Lungo questa frontiera si è vissuta la fuga mundi, espressione che spesso ha identificato impropriamente mondo e mondanità, ma che ha anche rappresentato la memoria viva del martirio e della vita buona del Vangelo.

Vi è un’altra frequentazione della frontiera, presente nella storia della vita religiosa, quella della missione. Se sono stati soprattutto i monaci ad evangelizzare l’Europa, si deve riconoscere che le Americhe, l’Asia e l’Africa devono le loro presenze cristiano-cattoliche soprattutto agli Ordini mendicanti e poi a molti altri Istituti religiosi che hanno preso a cuore la missione ad gentes. Che i luoghi di missione fossero frontiere lo mostra anche l’elenco davvero lungo di religiosi che in terre di missione hanno dato la vita per Cristo e il Vangelo, promuovendo la fede e la dignità della persona umana.

Oggi la missione dei consacrati avviene anche su altre frontiere: quella del secolarismo o dell’indifferentismo religioso, attraverso una testimonianza evangelica discreta e pronta a dialogare con tutti, oppure mediante la ricerca di Dio, che passa attraverso il desiderio e la nostalgia di Lui, o la pratica di quella carità evangelica verso gli ultimi, annuncio evangelico a tutti comprensibile.

Quest’ultima è una frontiera in continua emergenza ed i consacrati non disdegnano di stare su questa linea di confine della società così affollata di emarginati, di oppressi, di impoveriti di tutto, senza speranza, accettando di abitare e servire nei luoghi dai quali solitamente si fugge.

Non possiamo però dimenticare altre frontiere, come quelle del dialogo interreligioso e dell’ecumenismo, della presenza nell’ambito della cultura e dell’educazione, vere sfide e luoghi dove si gioca il futuro dell’uomo.


2. La comunione

La comunione è l’altra parola per dire la vita consacrata. Si pensi a tre tipi di comunione, irrinunciabili per vivere la sequela del Signore. Anzitutto la comunione con Dio: è la comunione fondamentale, che motiva e sostiene ogni altra relazione che si ispiri all’amore. È la passione per quel Dio che ama per primo e con il quale si stabilisce una relazione che invade gli spazi più profondi del cuore. Il suo segno più evidente è il celibato o la verginità, la caratteristica più tipica dell’identità del consacrato e della consacrata, che consente la totale “concentrazione” su Colui che ha sedotto con la sua bellezza, che ha occupato tutta la vita.

Da questa comunione scaturisce la comunione con i membri della propria comunità e del proprio Istituto, i quali non sono semplicemente “colleghi di lavoro” nella medesima attività, o persone con cui si condivide la stessa casa, ma fratelli o sorelle accomunati dalla stessa vocazione e missione, da una evidente coessenzialità e corresponsabilità carismatica.

La comunione si allarga poi a tutti coloro ai quali si è inviati, per i quali si spendono le proprie energie e si consuma la donazione di sé.

Si tratta di un’unica comunione, che si dirige verso l’Altro e verso gli altri. Maturando questa comunione, le persone consacrate apportano il loro contributo all’edificazione della Chiesa, corpo mistico di Cristo.

Vorrei, per concludere, tentare di descrivere sinteticamente ciò che scaturisce dall’insieme di frontiera e comunione nella vita consacrata, all’interno della Chiesa.


3. Comunione senza frontiere

Vivere sulla frontiera conferisce alla vita consacrata un particolare carattere di universalità, di superamento degli spazi troppo circoscritti. Ciò va detto soprattutto in relazione alla realtà della Chiesa particolare: nella quale i consacrati devono inserirsi con attenzione e dedizione, ma alla quale possono offrire anche la sollecitazione a superare i confini “diocesani” per respirare con la grande Chiesa. E poiché i consacrati si rendono disponibili all’“itineranza missionaria”, molti di loro sono in grado di parlare nelle chiese particolari “lingue diverse”, cioè di portare sensibilità ecclesiali attinte da altre esperienze di Chiesa. Aiutando così tutti a vivere una “comunione senza frontiere”, allargata, fatta di integrazione di differenze, cattolica.

Abitare la frontiera significa essere cercatori di Dio. Un consacrato sa, per esperienza, che la relazione con Dio ha bisogno di cammino, di esodo, di purificazione, fino a “perdere Dio per Dio” (Giovanni della Croce). È questo nomadismo incessante verso l’“oltre”, verso le frontiere estreme del “Santo”, che genera una comunione sempre cercata e mai compiutamente raggiunta, l’unica comunione possibile con Dio.

Infine, c’è un’ultima frontiera con la quale confrontarsi: quella dell’incontro definitivo con il Signore. Questa esprime una delle passioni più profonde e inesprimibili della persona consacrata. Infatti, «le persone che hanno dedicato la loro vita a Cristo non possono non vivere nel desiderio d’incontrarlo per essere finalmente e per sempre con Lui» (Vita consacrata 26). Qui davvero la comunione più piena e l’ultima frontiera s’identificano, la vita consacrata diviene memoria delle realtà future, ricordando alla Chiesa e al mondo la sua vocazione escatologica.

P. Luigi Gaetani, OCD

Provinciale dei Carmelitani Scalzi

Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Febbraio 2012 20:21
 
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